Caffè in ufficio firmato Lavazza: come scegliere tra Espresso Point e Blue
Sono due sistemi a capsule, hanno lo stesso marchio in azienda, ma rispondono a esigenze profondamente diverse. Capire la distinzione tra Lavazza Espresso Point e Lavazza Blue è il primo passo per scegliere la macchina giusta per il proprio ufficio, senza pagare per funzioni che non servono e senza accontentarsi di un risultato in tazza inferiore a quello che il proprio team merita.
Esistono pochi marchi capaci di evocare l’idea di caffè italiano come Lavazza. Ed esistono pochi contesti, fra quelli professionali, capaci di mettere alla prova quel marchio quanto la pausa caffè in ufficio: un momento ripetuto decine di volte al giorno, da decine di persone con gusti diversi, in pochi minuti, possibilmente senza file e senza sorprese. Per rispondere a questa duplice sfida, Lavazza ha sviluppato negli anni due sistemi distinti, oggi entrambi disponibili in comodato d’uso gratuito attraverso Brioservice. Hanno nomi simili e una grafica coordinata, ma sotto la scocca raccontano due filosofie molto diverse.
Espresso Point: il pioniere che ha portato il caffè italiano negli uffici
Quando si parla di Lavazza Espresso Point, si parla di un sistema che ha quasi quarant’anni di vita e che, di fatto, ha inventato il concetto stesso di “espresso fuori casa” basato su capsule rigide. La sua forza, oggi come allora, è la semplicità: una capsula compatta, un’inserzione meccanica intuitiva, un’erogazione affidabile e tempi di risposta brevi anche al primo caffè della mattina.
Le macchine Espresso Point sono in genere di dimensioni contenute, ideali per chi ha poco spazio in cucina aziendale o vuole semplicemente posizionare la macchina su un piano d’appoggio senza dedicarle un mobile. Sono pensate per un consumo medio-basso — pochi caffè all’ora, distribuiti lungo la giornata — e funzionano benissimo in piccoli studi professionali, sale d’attesa, segreterie scolastiche, micro-uffici dove il caffè è un rito personale più che un servizio collettivo.
Il sapore in tazza è un classico riconoscibile: corpo medio, crema discreta, equilibrio tra robusta e arabica, con una piacevole nota tostata. Non è il caffè del bar, ma è una sua interpretazione domestica seria, costante, riconoscibilmente Lavazza.
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Blue: l’evoluzione professionale che si avvicina al bar
Se Espresso Point nasce dall’idea di portare il caffè italiano in luoghi dove prima non c’era, Lavazza Blue nasce dall’idea opposta: ridurre la distanza fra ciò che si beve in ufficio e ciò che si beve al bar sotto casa. Il sistema utilizza capsule rigide di nuova generazione, con una geometria di estrazione studiata per pressioni più elevate e per tempi di contatto acqua-caffè più precisi.
Il risultato si vede e si sente: la crema è più densa e persistente, il corpo del caffè è più pieno, l’aroma più complesso. Soprattutto, la gamma di miscele disponibili è significativamente più ampia rispetto al sistema più anziano: si trovano decaffeinati di qualità, miscele intense, blend leggeri, varianti aromatizzate. Una scelta che permette a chi gestisce l’angolo break di assecondare gusti diversi senza dover ricorrere a più macchine.
Le macchine Blue sono leggermente più ingombranti rispetto alle Espresso Point, ma offrono in cambio serbatoi più grandi, tempi di riscaldamento ridotti e una resa visiva da “bar in miniatura” che fa la differenza quando il caffè non è solo per il team interno ma anche per i visitatori. Per questo è una scelta frequente in aziende che vogliono curare l’esperienza del cliente già dalla reception.
Le differenze che contano davvero (quelle che spesso non si raccontano)
Sui materiali di marketing dei due sistemi è facile leggere comparazioni tecniche su bar di pressione, grammi di caffè per capsula, tempi di erogazione. Sono dati veri, ma raramente decisivi. Le differenze che contano davvero, quando un’azienda deve scegliere, sono altre tre e hanno tutte a che fare con la quotidianità.
La prima è il ritmo di consumo. Sotto le 15-20 tazze al giorno, Espresso Point resta una soluzione sensata, economica, sufficiente. Salendo verso le 30-40 tazze quotidiane, la macchina inizia a soffrire i tempi e la qualità si stabilizza su un livello che è perfetto per il quotidiano ma meno entusiasmante quando il consumo è intenso. Blue, da quella soglia in su, gestisce meglio i picchi e mantiene una resa più costante anche dopo molte erogazioni consecutive.
La seconda è la varietà di gusti. Se in azienda c’è chi beve solo decaffeinato e chi adora le miscele forti, se c’è qualcuno che ama il caffè lungo all’americana e qualcuno che lo chiede ristretto, Blue offre un ventaglio di capsule che permette di accontentare quasi tutti senza compromessi. Espresso Point è più sobrio nella gamma: ha quello che serve, ma raramente sorprende.
La terza è la percezione di chi entra. Un cliente, un fornitore, un candidato a un colloquio: la macchina del caffè che vede appoggiata in reception comunica qualcosa dell’azienda, anche se nessuno lo dice. Una macchina Blue, in genere, comunica un’attenzione in più al dettaglio. Una Espresso Point comunica praticità senza fronzoli. Né l’una né l’altra cosa è sbagliata: dipende dall’identità che l’azienda vuole proiettare.
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Come si arriva alla scelta giusta (senza pentirsene dopo sei mesi)
Quando un responsabile ufficio o un facility manager ci chiede quale sistema scegliere, la nostra risposta non parte mai dalla scheda tecnica. Parte da tre domande molto concrete: quante persone ci sono in azienda, in che fasce orarie consumano caffè, quante volte alla settimana entra qualcuno dall’esterno. Le risposte, messe insieme, orientano la decisione in modo quasi automatico.
Una piccola realtà con dieci dipendenti, ritmi distribuiti e poche visite esterne sta benissimo con Espresso Point. Una media azienda con venti-trenta persone, due pause “di massa” alle 10 e alle 16 e una reception che riceve regolarmente clienti, di solito è felice di passare a Blue. Le sfumature in mezzo le risolve sempre un sopralluogo: vedere lo spazio, capire i flussi, fare due conti reali sul consumo è l’unico modo onesto per dare una risposta non standard.
Per chi si affaccia per la prima volta al servizio, il vantaggio di lavorare con Brioservice è proprio questo: non si compra una macchina, si attiva un servizio. Il comodato d’uso gratuito elimina l’investimento iniziale, la manutenzione è inclusa, la sostituzione gratuita in caso di guasto evita il rischio di rimanere senza caffè per giorni. E se, dopo qualche mese, ci si accorge di aver scelto il sistema sbagliato, si cambia. È un cambio di macchina, non un costo affondato.
Una nota su qualità e sicurezza
Vale la pena ricordare, anche brevemente, che la qualità del caffè in tazza non dipende solo dalla capsula ma anche da come viene gestita la macchina. La pulizia interna, la sostituzione regolare dei filtri di depurazione dell’acqua, la sanificazione periodica del gruppo di erogazione sono operazioni che influiscono sul sapore e, soprattutto, sulla sicurezza alimentare. Brioservice gestisce tutto questo seguendo un piano HACCP documentato e nel rispetto della certificazione ISO 9001:2015 attiva dal 2009.
È un dettaglio che chi guarda al solo prezzo della capsula tende a sottovalutare, ma che fa la differenza fra un caffè che resta buono per anni e un caffè che, con il tempo, peggiora silenziosamente. Scegliere fra Espresso Point e Blue è importante. Scegliere chi cura la macchina, di più.
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